Pier Francesco Listri

Poche tele contemporanee, come queste di aMBRA mOROSI, invitano a un utile viaggio nell’arte di oggi. L’ossimoro suggestivo di queste opere – estremamente razionale di questa che è peraltro un’artista dell’emozione – consiste nell’impegno di mostrare “l’invisibile” attraverso le “visibili” figurazioni della pittura. Ancora più, nel rappresentarlo con assoluta evidenza tramite una pittura che è all’opposto della nettezza ottica dell’esattezza veristica.

La sfida dell’arte consiste nel cancellare le tracce dei segni che creano le forme per trovarne delle nuove, è antica e ben nota: basta ricordare, ad esempio, le suggestioni del “non finito” da Michelangelo a Medardo Rosso; ma il caso della Morosi è originale nel brulicante e perlopiù caotico trovarobato dell’odierna pratica pittorica.

aMBRA mOROSI, il cui operare viene da lontano e non è né figurativo né astratto, e a rigore neppure informale, avvia e persegue una faticosa e sagacissima “caccia alle essenze”.

Tentativi, suggestivamente riusciti, di risalire e sfiorare l’intima sfera intuitiva e prefazionale dove il vissuto individuale coincide con le forme siderali dell’universo. Laddove creatura e creato rivivono insieme la nostalgia del creatore che le muove.

In questo senso l’arte di Ambra è laica (o, se volete, anticamente pagana) ma partecipa anche della modernissima interpellanza del religioso; si situa all’incrocio fra l’oscura miniera dell’emozionale e le interpellanze della ragione. Il lunghissimo elenco di attributi della realtà elencati dal manifesto estensionista suona come un appello.

Estensionismo. Il termine “estensione” che allude a una dimensione spaziale, potrebbe qui esser corredato da un altro termine, quello di “profondità” poiché è nell’intimo del vissuto psicologico che queste tele vogliono attingere piuttosto che all’empirica dimensione dello spazio naturalisticamente esteso.

In tutti i frutti dell’arte figurativa, ma ancor più nel nostro caso, al vedere deve seguire il guardare e lo scorgere, giacché le tele di Ambra sono suggestive quanto criptiche mappe del conoscibile.

Ma dietro l’intuizione di quello che possiamo chiamare ”l’indefinito” della pittura morosiana, le figurazioni esistono e si accampano. Dietro questo “vedo e non vedo per vedere meglio” ci interpellano volti, silhouette di danzatrici, perfino rivisitazioni di celebri gruppi scultorei come le più tarde Pietà michelangiolesche. Si potrebbe aggiungere che nelle tele di Ambra il massimo del non identificabile e del non anagrafico si risolve paradossalmente in una serie di autoritratti. Non è azzardato dire che è una pittura sagacemente al femminile, giacché è una discesa nel Regno delle Madri. La pittura di Ambra non vuol cancellare il reale ma semmai, prima del suo riaffiorare, nasconderlo per difenderlo dalla sua più ovvia decifrabilità e per restituire l’effimero delle epifanie alla consistenza degli eventi memoriali.

L’impianto assai complesso di questa pittura ci ha finora distratti dal dichiarare la qualità di questa pittura che è fatta di segni, di colori, di campiture, di spazialità.

Suole la critica, per inquadrare un artista, avviare qualche riferimento storico o individuale. Sul piano dell’emozione visiva le tele più riuscite di Ambra echeggiano memorie rare come i vortici pontormeschi o i voli chagalliani, o certe smerigliate in evidenze di Seurat. Ma la pittura di questa singolarissima artista, che inalbera la bandiera dell’emozione profonda innestata però su precise logiche razionali, ci richiama anche -  senza voler dare oggettiva ragione di questo – a quella “caccia alla realtà” che i più sottili scrittori del Novecento hanno condotto proprio grazie alle sue opposte simbologie: penso a Borges e alle sue fantastiche apparizioni di non vedente. E infine vengono alla mente i versi montaliani: “ Non recidere forbice quel volto/non far del grande suo viso in ascolto/la mia nebbia di sempre…”.

Pochi quadri contemporanei hanno la perentoria suggestione di questi. Quadri che non “rappresentano” ma toccano la più segreta mappa dell’indicibile. Proust morente si alzò quel giorno dal letto per andare a rivedere nella vermeriana “Veduta di Delf” quella scaglia iridata di colore che sulla tela un giorno lo aveva colto e tramortito. Non è forse questo l’ufficio della pittura?

 

Pier Francesco Listri

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